La Colt del ’65

La canna della pistola è un tunnel quantistico¹ attraverso cui l’universo ti osserva e decide se esistere o meno. Il vecchio uomo giovane² lo sa mentre conta i millimetri tra il suo epitelio nasale e il metallo – quell’ultima, irrilevante unità di misura in un mondo dove il sole ha dato le dimissioni senza preavviso e il tempo è diventato un concetto elastico quanto la morale.

¹ Non nel senso scientifico del termine, ma in quello metafisico-esistenziale che assume quando stai per morire e il tuo cervello cerca disperatamente di dare un senso all’assurdo. ² Un ossimoro ambulante con rughe precoci e memoria selettiva, specializzato nell’arte di prendere decisioni statisticamente suicide.

Il vecchio uomo giovane ha un archivio mentale di apocalissi personali: il cielo che passa da arancione nucleare a nero petrolio in 847 minuti esatti, gli oceani che evaporano lasciando scheletri di balene a decomporsi nel sale, i grattacieli che si sciolgono come gelati dimenticati in un forno. Ha assistito all’esatto momento in cui l’umanità ha deciso che la civiltà era sopravvalutata, mentre osservava la sua faccia invecchiare nel retrovisore di una Corvette rubata.

La risata di Furio è il suono che farebbe un sacchetto di chiodi in una centrifuga. “Ti faccio assaggiare un po’ di piombo, bastardo!” – ma non è una minaccia, è un mantra, una preghiera invertita, un haiku di violenza in un mondo dove la poesia è morta di freddo.

[INTERLUDIO TECNICO: Sulla fisica del collasso sociale in condizioni di oscurità perpetua] Quando il sole decide di spegnersi – cosa che, statisticamente parlando, doveva succedere prima o poi – la società non implode immediatamente. È più come un soufflé che si sgonfia: lento, inevitabile, con piccole tasche d’aria che resistono più a lungo. Il welfare state. Il sogno americano. La pretesa che esistano ancora leggi oltre a quella del più forte. Tutte bolle d’aria destinate a collassare in un vuoto perfetto.

Dentro il cranio del vecchio uomo giovane, nell’ultimo minuto di vita, le sinapsi sparano come fuochi d’artificio impazziti. I ricordi si sovrappongono come diapositive mal sincronizzate: il momento esatto in cui ha deciso che rubare una Corvette al signore della guerra locale poteva essere una buona idea, il suono della sua risata che già riverbera nel futuro come un’eco prematura, la certezza matematica che la storia finirà male, ma almeno finirà con stile.

La sua lingua tradisce il cervello – una insurrezione biologica, un colpo di stato cellulare. La risata che ne segue è l’equivalente sonoro di un Pollock: scomposta, violenta, incomprensibilmente bella nella sua tragicità. Ancora oggi, nelle notti infinite di questo mondo post-solare, quella risata rimbalza tra le rovine come una pallina in un flipper cosmico. Non perché sia particolarmente memorabile, ma perché in un universo governato dal caos, anche l’assurdo deve rispettare certi pattern ricorsivi.

La Colt del ’65 fa il suo dovere con precisione svizzera. Il vecchio uomo giovane diventa un problema di fisica balistica. Furio rimane Furio. Il mondo continua a non avere un sole. E questa storia si ripete, da qualche parte, in una delle infinite dimensioni parallele dove l’umanità continua ostinatamente a sopravvivere alla propria estinzione.

In un universo binario, persino la verità è una questione di prospettiva. E la prospettiva, dal lato sbagliato di una Colt del ’65, tende invariabilmente verso lo zero assoluto.