Credevo di essermi svegliato davvero, con la stessa certezza con cui si crede che i panda siano innocui e che i gatti ci amino – spoiler: nessuna delle due cose è vera. Lo credevo perché potevo sentirlo, potevo ridere, respirare; il cuore batteva in modo diverso. Gli animali se n’erano andati da un pezzo, ma questo non significa nulla: anche mia moglie se n’era andata sei volte, eppure continuava a tornare come un conto in rosso a fine mese.
Un famoso umorista aveva messo in guardia tutti ma nessuno gli aveva creduto – era lo stesso tipo che aveva previsto il crollo delle criptovalute mentre sniffava cocaina dal suo Rolex falso durante un Ted Talk sulla mindfulness. La gente aveva riso quando aveva iniziato a parlare di piccioni che leggevano Clausewitz e di gatti che studiavano Sun Tzu nei vicoli. Nessuno aveva saputo – o voluto – trovare un’accezione diversa in quelle parole, un comico deve far soltanto ridere, proprio come un chirurgo deve solo tagliare col bisturi e un banchiere deve solo rubare legalmente.
Ma la mattina giunse ruggendo sull’asfalto e io credevo che sarei morto, davvero, e lo credevo perché un’amica – il tipo di amica che ti manda foto di toast con l’avocado alle tre del mattino – mi chiamò per dirmi che lo saremmo stati, davvero, dopo aver visto gli animali arrivare a decine e decine. “Come in un documentario della National Geographic,” disse, “ma con meno Morgan Freeman e più urla.”
E così ho scritto con parole rosso cremisi – il colore preferito dei serial killer e dei correttori di bozze – ed ho indossato la camicia pulita che tenevo di scorta nell’armadio, quella che avevo comprato per sembrare più professionale mentre licenziavo persone che probabilmente non avrebbero mai potuto permettersene una nemmeno rubandola. Ho contato fino a dieci, come mi aveva insegnato il mio terapista, ma mi sono distratto perché Matilde – la mia segretaria, una donna che aveva la straordinaria capacità di far sentire in colpa anche le piante finte sulla sua scrivania – si era catapultata nell’ufficio.
Matilde aveva due figli, due bambini che frequentavano la Lincoln Elementary School – la prima struttura ad essere stata travolta dalla Collera degli Animali, come se gli animali avessero un conto in sospeso particolare con l’istruzione pubblica. I suoi capelli scompigliati sembravano un nido d’uccello abbandonato in fretta e furia, gli occhi rigati di lacrime nere di mascara economico – perché anche nel pianto manteneva un rigido senso di classe sociale. L’ultimo ricordo che ho di Matilde è di lei che esce dal mio ufficio con la stessa frenesia di quando è entrata, ma stringendo in mano il tagliacarte.
Ero un uomo di successo, o almeno questo era ciò che diceva la targhetta sulla mia porta, anche se l’unica cosa che avevo davvero conquistato era un’ulcera e una capacità sovrumana di fingere interesse durante le presentazioni PowerPoint. Un intraprendente manager in carriera, con una bella moglie che mi tradiva con il suo istruttore di yoga (che a sua volta la tradiva con l’istruttrice di crossfit, in un’affascinante catena di infedeltà fitness). Avevo una macchina veloce ed un sogno nel cassetto – anche se il sogno probabilmente aveva preso la muffa, chiuso là dentro con le mie ambizioni letterarie e la mia dignità.
Nel cassetto avevo un’altra amica: una piccoletta di metallo con cui giocavo di tanto in tanto, infilandomi la canna in bocca, nei momenti in cui realizzavo che la mia vita era diventata una parodia di “American Psycho” senza la parte divertente degli omicidi. Avevo la fronte sudata e le gocce che scivolavano sugli occhi, lungo le guance e fino al mento, come lacrime artificiali in un film di basso budget. Quel giorno, mentre il mondo stava per essere riconfigurato da creature che avevamo sempre considerato inferiori – proprio come i miei superiori consideravano me – ero bello, biondo e avevo gli occhi verdi. Gli stessi occhi che, di lì a poco, avrebbero visto un criceto in cravatta sedersi alla mia scrivania, firmare la mia lettera di licenziamento e sussurrare “Niente di personale, solo l’evoluzione naturale” prima di mangiarsi il mio MacBook.