Le città fingono di restare immobili, ma mentono.
Torni in un posto dove hai vissuto, magari dopo anni, e tutto sembra uguale. Stesse strade, stessi palazzi, stessa panchina dove hai passato un’intera estate a fare finta di studiare. Poi, guardando meglio, noti che la panetteria sotto casa è diventata un concept store che vende solo candele di soia e infusi dal nome pretenzioso. Il bar dove prendevi il caffè è sparito, sostituito da qualcosa con un’insegna più luminosa e meno anima. La città ha fatto quello che fanno sempre le città: è andata avanti senza chiederti il permesso.
A volte, in un twist narrativo particolarmente crudele, le città optano per una vendetta più raffinata: si rifiutano di evolversi mentre tu, povero idiota, hai continuato a mutare. Torni cercando una particolare frequenza di nostalgia, solo per scoprire che il tuo vecchio quartiere è un diorama perfettamente conservato di un tempo che non esiste più – o peggio, che non è mai veramente esistito se non nella tua personalissima mitologia urbana.
Ma forse – e qui sta il paradosso liberatorio – questa danza di disallineamenti temporali e spaziali contiene in sé un permesso: se le città possono reinventarsi con tale spudorata nonchalance, forse anche noi possiamo permetterci lo stesso lusso. E chissà che un giorno, tornando in un luogo a cui non apparteniamo più, non lo troveremo sufficientemente estraneo da poter ricominciare.
Come diceva il vecchio Eraclito, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume – e non si torna mai veramente nella stessa città.